mercoledì 21 giugno 2017

Intervista a Paola Iezzi: musica, fashion e Lovenight



Paola e Chiara sono state la cosa più gay dal duetto Bowie-Jagger del 1985. Ci hanno regalato perle di rara gayezza e quando si sono separate, abbiamo capito che non sarebbe più stato Vamos a bailar, niente più Festival, finito Kamasutra.

Ora Paola si destreggia fra la carriera di DJ, l’essere fashion icon di Instagram (dove la seguo e amo i suoi buongiorno col cappuccino) e qualche singolo ben piazzato.

Come quello 2016, quella perla pop vecchio stile, anni ’80 con un video che farebbe l’invidia di Madonna e qualche altra sciacquetta pop di oggi: Lovenight.

Così, mentre mi innamoravo sempre più di questo singolo che è un tormentone come non si sentiva dai tempi di Waka Waka di Shakira, con quel ritmo 80s, il ritornello catchy, Paola Iezzi in un bolero faux fur di Alabama Muse, stento ancora a crederci sono riuscito ad avere un’intervista con Paola, dove le ho potuto chiedere della musica, della moda, e soprattutto di cos’è una Lovenight.


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1 - Lovenight è il tuo nuovo singolo: mood anni ’80, un bel ritornello orecchiabile che ti si appiccica al cervello e non va più via. Ma, per Paola Iezzi, cos’è una Lovenight?

Una “Lovenight” è stato per me un momento preciso. Ho scritto questo pezzo una mattina molto presto, intorno alle 6.00, dopo aver trascorso una nottata “strana” in giro, dopo aver lavorato. Ero piena di pensieri e non avevo voglia di tornare subito a casa. Ero inquieta. Mille domande mi affollavano la mente. La voglia di scappare via in un posto lontano era il primo pensiero e poi una serie di altre riflessioni devo dire un po’ “angoscianti”. L’ansia del futuro, il mio passato, le scelte, i bilanci mai facili… credo di essere rientrata a casa e aver dormito forse un paio d’ore, poi mi sono alzata e sono andata al mio bar. Prestissimo. Ero sempre in quel “mood”…poi ho cominciato a scrivere (scrivo spesso le canzoni nei bar)…man mano che scrivevo la luce si faceva più forte e il sole iniziava a sbucare da dietro ai palazzi di Milano e sono stata pervasa da uno strano tepore dolce. Una specie di flebile voce che mi rassicurava e mi diceva di aver fiducia. Che tutto sarebbe andato bene. E così la canzone risente di questa influenza. La strofa racconta del momento “buio”, mentre l’inciso si apre sia armonicamente che nel linguaggio e la fiducia e la combattività ritornano a pulsare. Vive più che mai. Per ciascuno di noi la “lovenight” può essere una qualunque sensazione di “risollevamento”, di ritrovata fiducia. Un istinto di conservazione che ti spinge a rimetterti in piedi e a lottare. Anche se tutto sembra avverso. Ma non è più un sogno ad occhi aperti. Quel verso che dice “e faremo festa con quel che ci resta” fa capire, in realtà, che c’è una forte coscienza anche di ciò che, nel proprio cammino si è perso, o è andato perduto o distrutto. In Lovenight però io dico che non perdi mai tutto completamente, c’è sempre qualcosa che rimane, che ti resta. Ecco allora devi ripartire da quello. E l’ho trovato un messaggio così importante che l’ho dovuto scrivere insieme ad un altro concetto importante che è quello dell’aiutarsi uno con l’altro: “se restiamo insieme niente può far male”. Sembra una canzone apparentemente molto leggera, ma lo è solo in apparenza. È una canzone che parla sì di dolore e stanchezza, ma parla soprattutto di Ri-Costruzione, di Ri-Partenza, di amore e fiducia in se stessi e nel prossimo.

"Lovenight, dancing in the moonlight"

2 - Alone è una ballad romantica, Xcept you è un pezzo disco che richiama un po’ di Giorgio Moroder, la cover di Se perdo te possiamo definirlo un pezzo disco-indie e Lovenight è dance anni ’80. Sei una sperimentatrice camaleontica, ma quale di questi stili è il più vicino alla Paola Iezzi quotidiana, quella che sta a casa in pantaloni del pigiama e ciabatte?

Io amo la musica. E mi piacciono tanti generi diversi. Il pop mi permette di sperimentarli tutti o una buona parte. Per questo mi definisco un’artista pop. In più il pop mi permette anche di sperimentare anche una parte di questo mestiere che amo tanto, cioè la comunicazione visiva. Amo il mondo della fotografia, del video e dell’immagine, spesso legato alla moda. Sono anche  una grandissima amante del blues e di tutta la musica acustica e sogno un giorno di fare un album e un tour  completamente acustici, ma in generale amo le canzoni e un certo modo di fare e presentare la musica. Tutto deve  avere un senso quando fai un album e fai un concerto. Cerco una coerenza che non esiste nella vita. E in questo sono “feroce”. Se scelgo una “veste”, un mondo sonoro e visivo per un disco, allora quel mondo accompagnerà tutto quel progetto, fino al prossimo. È così che sono abituata a vivere la musica. È così che ho imparato seguendo i miei grandi miti musicali. Quelli con i quali sono nata e cresciuta. E per me quello è l’unico modo di fare i dischi. La coerenza spietata. Una copertina per me non è una foto qualunque fatta su un muro bianco con una maglietta qualunque. Questo intendo. Un album è un “concetto” e le canzoni che lo compongono devono sostenere quel concetto.

3 - Da solista, torneresti in gara al Festival di Sanremo? Che stile musicale e quale look sceglieresti?

Sì, certo che tornerei, anche se , lo dico molto schiettamente e apertamente, non amo assolutamente le gare e trovo che in campo creativo e artistico abbiano davvero pochissimo senso. Nello sport sì, ma ancora non mi è chiaro come si possa dire che una canzone è più bella di un'altra, che un cantante sia più o meno bravo di un altro. Nell'arte e nella creatività, ogni cosa è soggettiva. Però Sanremo resta ancora oggi la vetrina più importante che c’è per il pop in Italia. Non ci sono alternative. I talent sono totalmente dedicati agli artisti emergenti. Una come me non potrebbe mai partecipare. Sanremo resta a dispetto del tempo e di molti detrattori una gara rischiosa ma, se affrontata con un giusto spirito, un ottimo mezzo per poter partire o ripartire, o semplicemente, presentare il tuo nuovo lavoro. Per tornare alla tua domanda…non so che look sceglierei, ma certamente mi piacerebbe fare qualcosa di assolutamente inedito e speciale. Magari qualcosa che non ho mai fatto prima.


Paola in look Moschino per il booklet di Lovenight

4 - Fiorella Mannoia ha duettato con Noemi e Tiziano Ferro ha fatto da “padrino” a Baby K. Tra gli emergenti di oggi, a chi vorresti fare da madrina?

Ci sono sempre tanti bravi artisti che popolano il nostro paese. È sempre stato un Paese “musicale”, un Paese di cantanti.  Tra  i giovani artisti me ne piacciono diversi, tra quelli che preferisco in assoluto ci sono certamente i Kolors. Hanno un modo molto simile al mio di intendere il pop. Molto poco italiano e molto più rivolto alla scena internazionale, sia come suono che a livello di immagine.  In pochi sanno che i ragazzi hanno fatto anni di gavetta prima di partecipare ad Amici questo conferisce loro una sicurezza sul palco che altri ragazzi della loro età non hanno. Stash ha una coscienza musicale molto elevata. È un artista. È un musicista  e un fonico. Insomma non è un improvvisato né uno che sta cercando di capire se la musica possa essere la sua strada. Perché è evidente per tutti che lo sia. In più fa un genere che in Italia è molto poco battuto e ha una vocalità fresca, leggera e moderna.

5 - In Italia come nel resto del mondo, grandi nomi fanno i giudici di talent show, basti pensare a Elisa, Laura Pausini o Christina Aguilera. Dopo essere stata conduttrice tv, ti vedresti nel ruolo di giudice? E in che talent vorresti farlo?

In effetti mi piacerebbe mettermi alla prova in un’esperienza del genere. So che lo farei con lo spirito giusto e ho un bel po’ di anni di esperienza nel pop, per poter essere seduta su una sedia ad ascoltare giovani talenti e aspiranti popstars esprimersi e raccontare loro stessi in musica. Il meccanismo televisivo al quale sono sottoposti quei ragazzi dei talent è feroce. Ma è una realtà di oggi. Quella con la quale i giovani che vogliono emergere devono fare i conti. Noi mandavamo “demo tape” (che ci costavano anche un sacco di soldi, perché non disponevamo della tecnologia a buon mercato che esiste oggi) alle case discografiche, aspettando una telefonata, oppure andavamo a suonare nei locali o nelle sale prove frequentati da manager  o discografici di artisti sperando di essere notati da qualcuno che ti facesse qualche buona proposta. Non era facile neanche così. Dovevi avere una buona dose di faccia tosta per proporti e un bel po’ di “fondoschiena”e avere ovviamente delle buone capacità per emergere nel marasma (come oggi). Per tornare alla tua domanda, si è un’esperienza che farei, sapendo che non è facile. Ma amo l’approccio delle persone giovani alle cose e alla musica e so che troverei il modo di infondere in loro il giusto spirito per affrontare il palco e questo lavoro, perché  ho più di 20 anni di esperienza e ne ho viste un po’.


foto di Paolo Santambrogio per gentile concessione di Paola Iezzi

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